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Museo Stato San Marino

Museo Stato San Marino

L'origine del museo è dovuta a sollecitazioni esterne e cioè ai consi­gli ed alle premure di un grande e potente amico straniero, il piemon­tese Luigi Cibrario (1802-1870) fecondo autore di opere di eco­nomia politica, letterato e storico appassionato del Medio Evo, ma soprattutto stimato ministro di Vit­torio Emanuele II e consultore ple­nipotenziario della Repubblica di San Marino per il primo trattato d'amicizia e di commercio col Re­gno d'Italia (1862). In questa veste il Cibrario ebbe modo di stringere affettuosi legami con il governo di San Marino e di incrementare con doni la Biblioteca governativa (aperta al pubblico nel 1858), poi di sollecitare il riordinamento dell'Ar­chivio governativo e la formazione di un museo.

LE ORIGINI DEL MUSEO DI STATO DI SAN MARINO

Ma quale museo, dato che in loco sembrava non esistere materiale che lo giustificasse? Alla formazione del museo di San Marino ha presieduto, più che un concreto progetto, un'a­stratta idea di prestigio e di utilità culturale. Chissà, forse si sperava di poter mettere insieme, col tempo, un grande museo "universale", uno di quei musei-enciclopedia che ave­vano costituito il sogno dell'Illumi­nismo, dove il mondo naturale, l'e­voluzione dell'uomo, l'arte e l'arti­gianato potevano essere mostrati e dimostrati per campioni. Uno di quei musei che davano prestigio alle capitali, e che nello stesso tempo potevano fornire un supporto alla storia e alla didattica. Comunque, non potendosi contare su un bilancio neanche minimo e dovendo quindi confidare solo su doni di persone "bene-affette" alla Repubblica, non si formularono programmi di nes­sun genere e si cercò di accogliere, conservare ed esporre tutto: oggetti antichi e oggetti curiosi ed esotici, oggetti "belli", cose d'arte e cose naturali; indipendentemente dalla provenienza, dalla storia, dalla qua­lità; anche copie in gesso, materiale di dubbia autenticità e di fattura re­cente; tutto insomma, purché fosse donato.

Cosí Federico Gozi e Marino Fat­tori accolsero nei locali della biblio­teca, in palazzo Valloni, i primi do­ni degli amici di Luigi Cibrario: il cavalier Alfredo Reichmann e il ca­valier Gaetano Speluzzi, entrambi milanesi. Era la primavera del 1865.

Dalle casse inviate dallo Speluzzi uscirono alcuni dipinti quattrocen­teschi su tavola che sono tuttora fra le cose migliori del museo, frammenti di miniature, due seggioloni intarsiati, armi ed arma­ture. Da quelle del Reichmann qual­che statuetta pseudorinascimentale ed un'incredibile accozzaglia di og­getti strani: tre paia di pantofole orientali, uno specchio ed una tazza persiani, un uovo di struzzo, due salviette cinesi, una pistola inglese, una punta di naso di pesce-spada, due bicchieri di Murano ("uno in­crinato", avverte l'estensore dell'e­lenco), tazze peruviane, due "ani­mali detti corazzieri", una pipa dal­mata in madreperla, una sciarpa africana, due ceste giapponesi in pa­glia, e via dicendo. Quasi un centi­naio di oggetti, raccolti distratta­mente, si direbbe, in una vecchia soffitta per una pesca di beneficenza. Ma fra essi c'era anche qualche sorpresa: un bassorilievo in terra­cotta attribuito (con un certo otti­mismo) a Michelangelo, due cinera­ri romani, e infine un "Cristo in marmo mutilato nell'occasione del­la battaglia al ponte di Lodi" di napoleonica memoria.

Possiamo immaginare l'imbaraz­zo dei responsabili della biblioteca di fronte a tutto quel materiale cu­rioso, sí, ma eterogeneo e sostan­zialmente inutile. L'esempio del Reichmann venne ben presto segui­to da altri, e anche dall'illustrissima Reggenza, che pensò di disfarsi de­gli oggetti "inutili" depositandoli in biblioteca; dove finirono una rac­colta di fossili, un microscopio, altre cose strane, ma anche i vecchi bossoli per le votazioni (1868), statuette di marmo provenienti dal­la pieve (definite "di pessimo lavo­ro"), un violino del Settecento (1872), tutte cose ritenute di poca importanza. Sembra che il primo vero acquisto fatto per incrementa­re il museo sia dovuto a Federico Gozi nel 1872: si tratta di un bron­zetto romano rinvenuto a Montecucco, pagato con un fondo speciale del Governo.

Per fortuna a questi seguirono altri doni, ancora dello Speluzzi, poi del cavalier Carlo De Bruch, del dott. Castelnuovo e dello stesso Cibrario: si trattava soprattutto di reperti archeologici, egiziani, greci, etruschi, romani. Arri­varono ben presto anche dipinti importanti come il bellissimo San

Giovanni Battista di Bernardo Strozzi, donato come Murillo da Carlo Curriè nel 1867, e una bella serie di icone donate dal De Bruch e da altri tra il 1865 e il 1870. Ai donatori italiani si ag­giunsero ben presto molti francesi (Edmond Guiot de la Pommeraje, Charles Le Roi, Felix Subbit, Ni­cola Borgner, Louis Tarignot, An­dré Jousselin, Gustave Lanier, Ge­rard de Charbonniere, Leon Chave, Jean Bilot, ecc.), alcuni belgi, russi, inglesi (E. Von Bevere, E. Wouters, C. Furiewiez, O. Hey­roth Wagner), ecc.

Gli ultimi decenni del secolo scor­so sono stati ricchi di entusiasmo e, dal punto di vista dell'attività cultu­rale, piuttosto vivi. Si pensi per esempio alla grande "avventura" della ricostruzione del Palazzo del Governo, al riordinamento della biblioteca e soprattutto dell' Archivio governativo, alla stampa de Dizionario del Padiglione. Si pensi a tutta l'attività svolta per rafforza l'immmagine della Repubblica, anche per mezzo di elementi esteriori di notevole impegno, come la coniazione di monete e la stampa di francobolli propri.

Evidentemente gli sforzi per la formazione di un museo rientrano in quel clima, e rispondono anch'essi all'esigenza di creare un'immagine di Stato veramente "autonomo" ed altamente civile.

Ma il materiale a cui accennava, se pur dimostrava 1'amicizia e la considerazione per la Repubblica dei notabili di tutta l'Europa non riusciva a comporsi in nes­sun modo, cioè né come "nucleo" storico, né artistico, né etnografico, e per anni ingombrò i locali della bi­blioteca, la cui situazione divenne difficile quando, nel 1871, vi fu col­locato anche il museo o "Gabinetto di storia naturale" donato dal si­gnor Pasquale Greco di Lecce. Si tenga presente che, nello stesso stabile, ­avevano sede anche gli Uffici d'Ipoteca, Bollo, Registro, Catasto, e che alcuni locali erano riservati alla Milizia cittadina ed alla Guardia nobile.

Nel 1881 tutto il palazzo venne re­staurato, anche in previsione di dover ospitare il Consiglio e l'Archivio durante i lavori di ricostruzione del Palazzo del Governo (iniziati nel 1884): un'ospitalità pesante, questa, che arrecò ulteriore confusione e di­sagio, ma che costituí un'occasione preziosa per incrementare il museo con opere legate alla storia locale. In­fatti vi rimasero quasi tutti gli anti­chi arredi e dipinti che non trovarono una sistemazione nel nuovo edificio, inaugurato nel 1894.

Dal 1894, appunto, Marino Fat­tori e Federico Gozi lavorarono ala­cremente per dare un nuovo assetto alla biblioteca e al museo, che nel frattempo avevano ricevuto altri doni importanti. Chiesero ed otten­nero consulenze di illustri studiosi (ai professori Schiapparelli, Brizio, Tonini), traslocarono tutto in locali

piú idonei, cercarono di dividere in classi gli oggetti e di dare un ordine almeno "estetico" al materiale, in­crementarono le raccolte numisma­tiche; tentarono anche di smistare qualcosa al "Gabinetto di fisica".

Nel 1899 finalmente il museo po­teva essere inaugurato: offri­va all'ammirazione del pubblico una sessantina di dipinti, compresi fra il XV e il XIX secolo; una buona raccolta di medaglie (circa 500) e di monete (di ben 195 zecche); 164 re­perti egiziani molti vasi gre­ci e romani ; un imprecisabile numero di oggetti medievali e mo­derni; qualche testimonianza dell'e­tà del bronzo e del ferro proveniente dal territorio della Repubblica; le "reliquie" di Garibaldi e della sua legione; ritratti di personaggi illustri e poi armi, carte geografiche, fran­cobolli, decorazioni nobiliari, mo­nete recenti.

Anche negli anni seguenti il mu­seo fu incrementato da doni e lasciti piú o meno consistenti, ma con un ritmo assai piú lento: sculture e di­pinti moderni, ancora monete e me­daglie (le prime furono classificate nel 1902 da Bartolomeo Manzo­ni-Borghesi), un nucleo di oggetti provenienti dall'Africa (dono del sammarinese Marino Montanari, capitano nel Congo Belga dal 1905 al 1908); oggetti e dipinti antichi di grande interesse per la storia di San Marino (del conte Luigi di Montal­bo), reperti archeologici provenienti dal territorio o dalle vicinanze (da Ve­rucchio, donati dal canonico Pietro Rastelli; da San Giovanni in Galilea, donati dal sacerdote don Eugenio Be­rardi). Per gli studi di archeologia del territorio proprio in quegli anni si co­minciò a mostrare notevole interesse, soprattutto da parte di Onofrio Fat­tori, tanto che furono promossi so­pralluoghi e modesti scavi, acquisen­do materiale prezioso.

Nel Libro d'oro della Repubblica di San Marino compilato dal mar­chese De Liveri di Valdausa (1914) compaiono diverse nitide fotografie raffiguranti l'interno del Museo go­vernativo: si tratta di testimonianze molto eloquenti sulla sua composi­zione e sulla sua disposizione. Quelle immagini ci fanno oggi uno strano effetto per l'eterogeneità degli oggetti, la loro mescolanza ed anzi il disordine con cui sono dispo­sti. Ma quasi tutti i piccoli musei eu­ropei che si erano formati o si andavano formando in quegli anni avevano, chi piú chi meno, quell'aspetto diciamo cosí pittoresco, e lo conservarono anzi per molto tempo: alcuni fino alle ristrutturazioni degli anni Venti, di stile eclettico, altri fino agli ordinamenti un po' piú sobri negli anni Quaranta, altri ancora fino alle stravolgenti distruzioni dell' ultima guerra.

Nello stesso Libro d'oro sono contenute alcune riflessioni dei conservatori del Museo governativo, Federico Gozi e Onofrio Fattori, di un certo interesse: da esse si rileva il carattere assolutamente artificiale del museo, il predominante interes­se per le raccolte numismatiche e la coscienza della necessità di incre­mentarlo con materiale locale, so­prattutto con materiale archeologi­co che permettesse di far luce sulla storia antica e sulla preistoria del territorio. Ancora doveva essere forte il rammarico per la vendita delle duemila e seicento monete ro­mane trovate a Domagnano, e ancor pii per quella dei reperti "bar­barici" di Domagnano, cioè il te­soro ostrogoto composto da centi­naia di oggetti d'oro - fibule, orec­chini, collane - disperso sul merca­to antiquario europeo nell'ultimo

decennio dell'Ottocento ed appro­dato, in gran parte, al Museo Na­zionale Germanico di Norimberga (l'unico pezzo rimasto, una bella borchia d'oro, fu. acquistata dal museo di San Marino nel 1920). E per la vendita (o dono?) al prof. G. Capellini di Bologna dei resti fossili dell'Aulocetus affiorati nel 1897 in una cava di pietra.

Questi fatti, senza dubbio gravis­simi, dovettero sollecitare pii di un ripensamento sui problemi della conservazione in loco e dell'acquisi­zione allo Stato del patrimonio arti­stico, archeologico, paleontologico. Ma una legge specifica fu emanata solo il 10 giugno 1919: riguarda la "tutela e conservazione dei monu­menti, dei musei, degli scavi e degli oggetti di antichità ed arte", ed è quella tuttora vigente.

Scriveva dunque Onofrio Fattori nel Libro d'Oro: "Quelle famiglie che ancora si trovassero in possesso di antichi oggetti che ricordino le passate glorie, i costumi e le usanze dei primi tempi della nostra esisten­za, seguano il nobile esempio dato da vari possidenti ed egregi Cittadi­ni, i quali, a maggior sicurezza di lunga conservazione, nel 1885 depo­sitarono nell'Archivio [...], gli anti­chi autentici documenti che avevano nelle loro case [...]. Si pensi che, no­nostante le solerti cure di chi pazien­temente attende a queste raccolte, delle quali pur troppo vi ha ancora chi scetticamente si rida, col poco che finora possediamo siamo ben lungi dall'avere un Museo quale a noi si converrebbe per l'importanza dei recenti studi archeologici, e che in tutti deve essere unico il pensiero di dar opera, in ogni tempo e in ogni occasione, all'incremento di questo Istituto, il quale sarà di utilità som­ma alla gioventù studiosa e di lustro e decoro al nostro diletto Paese".

Il nobile appello non ebbe l'esito sperato, e dopo il 1915 i donatori cessarono, o comunque diminuirono di molto; così per molti anni il museo convisse quietamente - e in solitudine, potremmo dire, per il numero estremamente esiguo di vi­sitatori - con la biblioteca, arric­chendosi appena di qualche reperto archeologico ricuperato direttamen­te dal conservatore Fattori, o acqui­stato. Ospitò la collezione di fran­cobolli e monete sammarinesi, ma cedette qualche cimelio al nuovo "Museo musicale" istituito nel 1934 nella Torretta del Palazzo delle Mi­lizie. Proprio in quegli anni,l'ingegner Gino Zani sistemava le sale su­periori del Palazzo Valloni e ne me­ditava un generale riassetto.

Lo Zani avanzò ufficialmente nel 1937 una proposta di trasformazio­ne del museo, concordata con la di­rezione della biblioteca; nella pre­messa egli sottolineava la confusio­ne del museo, troppo simile ad "una specie di magazzino dove per mancanza di spazio sono accatastati alla rinfusa cimeli ed opere di rile­vante valore". Come prima cosa so­steneva la necessità di sgomberare dal palazzo le abitazioni private ed

il forno della Società Unione e Mu­tuo Soccorso, e di riservarlo intera­mente alla biblioteca ed al museo. L'edificio poi avrebbe dovuto essere restaurato e ristrutturato, e nella sua parte migliore avrebbe dovuto essere sistemata la Pinacoteca: è la prima volta che si trova un accenno in documenti ufficiali alla "Pinaco­teca", che si ipotizza cioè di scorpo­rare dall'insieme delle raccolte i di­pinti, a cui erano attribuite eviden­temente una particolare rappresen­tatività ed una particolare, astratta qualità artistica. Gli ambienti avrebbero dovuto essere "ripristi­nati" gradualmente come se l'edifi­cio "dovesse servire ancora per una abitazione [...]. Conviene tener pre­sente che le collezioni ordinate in vetrine costruite in serie, le pareti coperte di quadri classificati e di­sposti secondo monotoni criteri di scuola, di età e di provenienza, dan­no un'impressione di sazietà, di stanchezza, di noia, cosicché si fini­sce per restare indifferenti anche da­vanti ai capolavori [...]. Il Palazzo Valloni invece dovrebbe essere siste­mato con i criteri con cui un proprietario amatore d?arte e collezionista potrebbe ornare la propria dimora?

La proposta dello Zani fu accolta e pian piano il palazzo fu sgombera­to, restaurato, ripristinato, arreda­to. La pinacoteca fece cosí bella mostra di sé al primo piano, insieme alle raccolte numismatiche ed ar­cheologiche ed ai cimeli garibaldini. Al piano di sotto era sistemata la bi­blioteca, certo sacrificata, ma tanto meno appariscente ed apprezzata dai turisti, che sempre piú insisten­temente si affacciavano - grazie anche alla ferrovia elettrica (1928­1932) - sulla vetta del Titano. Al piano di sopra, con alcuni locali per i Reggenti, furono allestiti un mu­seo filatelico ed una "mostra retro­spettiva" di San Marino, con reper­ti e opere importantissimi per la sto­ria locale, accompagnati e integrati da riproduzioni di documenti.

Collezione Museo Stato San Marino

Possiede materiali storici e artistici (quasi 5000 pezzi) alcuni provenienti da San Marino e pertinenti alla sua storia, e altri di diversa origine, dovuti ad acquisti, oltre che ai donativi fatti allo Stato dal 1865 ad oggi.