Torri San Marino

Torri San Marino

La Rocca propriamente detta, o Guaita, o Prima Torre, domina sullo strapiombo della rupe. Nel suo nucleo cen­trale, é uno fra i più vetusti fortilizi d'Italia. Gli studi dello Zani la fanno risalire al sec. XI. La parola « Guaita », che ancor oggi é in uso nel dialetto locale nel significato di « fare la guardia » e che taluni fanno derivare dal tedesco « Weite » (spazio o largo), figura in archivio per la prima volta in un registro del 15 agosto 1253.

La Rocca, primo posto di guardia e primo rifugio degli uomini del Titano, è arcigna e disadorna. Gli stessi restau­ri, le stesse ricostruzioni, gli stessi

Guaita di Notte

Guaita di Notte

lavori di rinforzo del 1475 e del 1481, del 1502 e del 1549, del 1615 e del 1623, non le fecero perdere la primitiva rozzezza. E' cinta da due ordini di mura: quello esterno è coronato da merli e rinforzato agli angoli da torrioni decapitati. Non ha fon­damenta, poggia infatti direttamente sulla pietra del monte. Ha pianta pentagonale. La porta d'ingresso è sormontata da uno stemma barocco della Repubblica, che vi fu tra­sportato dalla facciata del vecchio Palazzo Pubblico. Nel cortile, alcuni pezzi d'artiglieria: i più moderni sono trista eredità dell'ultima guerra; i due mortai furono donati da Vittorio Emanuele II; i due cannoni da 75 con i quali la Guardia di Rocca spara a salve nei giorni di festa, sono un dono di Vittorio Emanuele III (1907). La cinta interna è limitata dalla Torre campanaria (forse del sec. XVI) e dalla Torre della Penna,ricostruita nella seconda metà del sec. XV. Sull'arco della porta è in­cisa la data del 1481, che si riferisce a uno dei tanti restau­ri. Una pietra, in alto, vicino al campanile, porta scolpito un pu

Interno Torre Guaita

Interno Torre Guaita o 1° Torre

gnale: è verosimile la supposizione dello Zaní che si tratti di un simbolo lasciato sul principio del '200 dai maestri comacini.

Alcune celle della Rocca furono adibite a carcere fino all'ottobre 1970. In tale data le prigioni vennero trasferite. La pena da scontarsi non deve superare i sei mesi. Per pene maggiori i condannati sono trasferiti nelle prigioni italiane.

Il panorama che si gode dagli spalti della Rocca (m. 751), è mirabile.

Il percorso dalla Rocca alla Cesta, o Fratta, o Seconda Torre, è quanto mai affascinante. L'attesa del visitatore non sarà tradita. In basso, vero miracolo di sistemazione montana, si estende il Campo sportivo « Bruno Reffi ». Oltrepassate le mura della Fratta, che costituiscono il pri­mo tratto del secondo girone fortificato (sec. XIII-XIV; restauro del 1934), si è in breve alla Cesta, o Fratta. Il nome « Cesta » è di difficile interpretazione: forse dalla somiglianza di una precedente torre con la « Cista

Cesta seconda Torre

Cesta seconda Torre

», cassa usata dai Romani per custodire arredi sacri? « Fratta » vuol dire terreno cinto da siepe.

S'eleva sulla punta più alta del Titano (m. 756; esat­tamente, m. 755,24). All'inizio del Trecento era in piena

Seonda Torre San Marino

Seonda Torre San Marino

efficienza. Deve dunque essere sorta sullo scorcio del se­colo precedente. Vi si fecero lavori nel 1396, nel 1535 e nel 1549. Nel Cinquecento e nel Seicento aveva un edi­ficio abitabile e le prigioni. Era fornita di cisterna, come la Rocca. Vi risiedeva un castellano. Caduta in abbandono, è stata restaurata nel 1924-25.

La torre, quattrocentesca, è pentagonale. Il sopralzo è del '500. La porta, adorna dello stemma della Repubblica, che mette nell'interno, fu rifatta nel 1596. Le stanze del corpo di guardia e del castellano sono occupate dal Museo sammarinese delle armi antiche. Fu aperto al pubblico il

15 maggio 1956. Ha valore storico locale, ma dà anche pratiche cognizioni sulla evoluzione militare, metallurgica, politica ed economica dei popoli europei dal '200 fino ai nostri giorni. Il Museo è stato concepito e realizzato dalla Associazione amatori armi antiche di Milano.

L'occhio spazia in un magico e fantastico semicerchio, dai Colli Euganei al Cònero. Si scorge perfino il monte Velebit, in Dalmazia, a 250 chilometri di distanza! Sotto e ai lati, la rupe, sinuosa e ondeggiante, prende l'aspetto di un irreale monumento diruto e sconvolto.

Vista Cesta dalla Guaita

Vista Cesta dalla Guaita

Il sentiero che conduce al Montale, fiorito di viole e di ciclamini, odora di mare. Il Montale, o Terza Torre, dalla forma slanciata ed artistica, ha pianta pentagona. Nel sec. XIII era fortilizio distaccato dalle altre due rocche. Nel 1320 si pensò di collegarlo ad esse con una poderosa muraglia, di cui rimangono tracce, lungo il cri­nale del monte. Negli statuti e nei documenti d'archivio è chiamato « Palatium Montalis ». Ebbe importanza nelle lotte contro i Malatesta, che tenevano il vicinissimo castello di Fiorentino. Fu in efficienza fino al sec. XVI. Una cam­pana segnalava non solamente i pericoli, ma anche il tran­sitare di viandanti, dai quali si esigeva il pagamento di un pedaggio. Distrutto nel 1479 il castello di Fiorentino e tramontata la potenza malatestiana, il Montale fu abban­donato. Di due restauri, nel 1743 e nel 1817, recano memoria le scritture incise nelle pietre della torre; quella del 1817 è in francese. Il restauro del 1935 ha ridato al Mon­tale la forma originaria.

L'interno contiene una prigione, detta « fondo della torre », che è profonda 8 metri. Vi si accede solo dall'alto. Intorno al Montale si vedono grossi massi di roccia molto antichi, sovrapposti in modo primitivo a guisa di muri. L'opera non fu certamente fatta dalle maestranze che eres­sero le rocche e le mura castellane. Lo Zani sostiene in via ipotetica che risalga all'epoca villanoviana.

Montale: Terza Torre San Marino

Montale: Terza Torre San Marino
Terzo fortilizio. Torre di avvistamento. Ebbe molta importanza durante le lotte contro i Malatesta. Pur essendo visitabile solo esternamente permette la visione di un suggestivo panorama.

Dalla Terza Torre si può scendere - qui e più in basso si estendeva il "Serrone della Murata Vecchia" - al Palazzo dei Congressi, ex Kursaal (1950).

Poco più avanti il Cantone di San Leo, piazza cir­colare al cui centro sorge una colonna di granito grigio, sormontata da un capitello romano di marmo bianco. E' dono della città di Roma (1937). L'altorilievo in pietra locale, messo ad ornamento della piazza, rappresenta « Ma­rino e Leo che si gettano da monte a monte i ferri, del mestiere » Il disegno è di Enrico Saroldi; l'esecuzione di Romeo Balsimelli. Proseguendo verso il centro del paese, si percorre Viale Antonio Onofri, già Lungomonte XXVIII Luglio, delimitato sulla destra da edifici moderni. In uno slargo, il Monumento a Melchiorre Delfico, di Enrico Saroldi. Risale al 1935, nel centenario della morte del grande teramano. Quasi di fronte, Monumento al Bramante nel 525° anniversario della nascita. Su disegno di Amos Lucchetti-Gentiloni e con decorazioni di Aldo Volpini, è del 1969