Repubblica di San Marino / Monumenti San Marino / Cava Balestrieri San Marino
Tutti contribuivano alla difesa delle proprie mura, ognuno secondo la propria offerta e il personale ingegno. La terra di San Marino ha imparato presto a difendersi, a sostenersi a costo di qualunque prezzo. E in questa scelta di ascesi, sulla scia del Fondatore, la tradizione è sgorgata subito, forte, sacrale, inaccessibile.
Già dal 1339, nelle "Ordinamenta et reformationes Comunis Castri Sancti Marini" si ordina che ciascuna Reggenza pro tempore debba acquistare una grossa balestra con le sue munizioni, da consegnare al Massaro del Santo "... unam balistam a duobus pedibus, cum XXV quadrellis, cum uno bono baldrigo, sive de ligno sive de osso...". I Capitani Reggenti (Capitaneus et Defensor) che non avessero adempiuto alla legge statutaria avrebbero perso il salario. La disposizione fu conservata nei successivi statuti, modificandosi solo secondo i mutati usi delle armi; cosicché, mentre è ripetuta quasi alla lettera negli Statuti del 1352-53, in quelli del 1491 la balestra da fornirsi alla pubblica armeria è descritta "de acciaio cum tenerio bono et recipienti, et cum molinello et cum Pharetra cum viginti vertonibus ad minus".
Delle balestre che i Sommi Capitani fin dal 1339 dovevano di semestre in semestre provvedere, si aggiungevano le poderose armi che si acquistavano in Urbino. Le lettere ordinative del 1440 con le quali la repubblica ordinava balestre da "posta" sembrano suggerire l'idea più dello "scambio" che del pagamento in denaro. E' infatti speculare la richiesta del Duca Federico che nel 1462 chiede dieci o dodici taragoni e cinquecento verrettoni, di cui i sammarinesi erano abili costruttori.
La balestra a San Marino è stata sempre arma di difesa, mai di offesa, tanto che, ben presto, quell'arcano strumento venuto dall'oriente è divenuto ben presto un motivo di gioco che si faceva sul "Pianello", nel giorno dedicato al Fondatore, o per le visite di personalità illustri, o, infine per incontri "cavallereschi", come la disfida avvenuta nel 1516 con i balestrieri della vicina città di Rimini e quella del 1588 contro i tiratori di Santarcangelo.
Ma la testimonianza più commovente la ritroviamo in una "minuta" originale del 1537, ritrovata dal direttore dell'Archivio di Stato. Il documento, reca oltre ai "Capituli del Palio", che regolavano la disputa del Torneo, anche un lungo elenco dei tiratori che disputarono il "Palio" del 3 settembre.
Oltre ai capitani delle milizie, e ai primi cognomi sammarinesi, che si sarebbero succeduti nelle future generazione, vi si ritrova anche un frate fra i balestrieri del tempo: "Frater leo de santo Francisco", probabilmente un frate minore conventuale della chiesa di San Francesco entro le mura. Palese dimostrazione che già allora la balestra era assurta come gioco per santificare la festa e simbolo di rappresentazione di libertà.
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"Gianinus Lancilotti
magister mateus murator
Petrus laurentius
Ludovicus mazochetti
Iohannes tomas de Montezardino
Marinus prime tome
Iohannes batista bartolomei
Frater leo de santo Francisco"
(Frammento dell'elenco dei 54 nomi che disputarono il palio di San Marino il 3 settembre 1537) Archivio di Stato SM.
Con la codifica degli statuti del 1600 il "De Bravio Balestantium et Archibusiorum" (Rubrica XXXVIII), si sancisce che ogni anno nel giorno della festa di San Marino, per maggiormente celebrarlo ed onorarlo nonché per esercizio ed utilità dei Militi, si debba comprare a spese pubbliche qualche palio di panno non eccedente il valore di quattro scudi e donarlo a quelli che faranno prova degli archibugi e delle balestre grandi...
"Maiorum nostrorum vestigia, et inveteratam consuetudinem sequi volentes, statuimus, et ordinamus quod Domini Capitanei qui pro tempore fuerint quotannis in die Festivitatis Sancti Marini nostri Protectoris, ac advocati pro maiori eius celebratione, ac honore, nec pro milititum exercitio, et utilitate debeant emere impensa publica bravium aliquot de panno, sive de alia materia volorum quattuor scutorum non excedens, et illud proponere ac donare illi, seu illis ex archibuserijs nostrae iuridictionis aut forensibus, cuius, sive quorum exonerati archibusij pila plumbea nuncupata il planello, seu alibi dictorum Capitaneorum arbotrio pilas aliorum vicerit, et superaverit vicinitate ad scopum propositum. Et aliud simile bravium dicti. Domini Capitanei debeant proponere, ac donare etiam magnarum balistarum ludum exercentibus, videlicet illi, cuiusbalistae sagitta fuerit magis propinqua scopo proposito".
E'l'atto fondante dei Balestrieri Sammarinesi, da allora, da quegli albori dei ?600, quella legge statutaria non è mai stata cancellata, ed è ancora oggi attuata e promulgata sotto forma di decreto dai Capitani Reggenti pro tempore nel giorno 3 settembre, festa del Santo patrono. Così l'antica idea di terra libera si rinnova nei suoi simboli maggiori e le buone leggi sopravvivono al succedersi dei secoli.
In questo la Repubblica di S. Marino rappresenta l'ultimo frammento dell'età comunale, ma non dobbiamo pensarla come un reperto fossile, il suo medioevo, l'idea che sopravviva pulsante e reale ci deve fare riflettere sull'idea di libertà che gli abitatori di questo luogo hanno difeso al prezzo di ogni sacrificio, rinunciando spesso alla ricchezza e ad ogni forma di agio. Questo senso di ascesi, questo cibarsi di nulla, il senso totale della difesa legata per lungo tempo alla balestra e alla custodia delle mura, le scelte di diplomazia verso i signori del potere temporale e spirituale, ne hanno fatto un'esperienza di vita plurisecolare che non ha eguali nel mondo.